Le arance rosse di Sicilia sono uniche nel gusto e colore e caratteristiche organolettiche. Il microclima della Piana di Catania e delle zone circostanti, la particolare condizione del terreno e l’influenza del vulcano Etna sono le caratteristiche che determinano le peculiarità di questo prodotto. Il percorso alla scoperta di questo frutto parte da Catania e passa per Lentini per poi proseguire alla volta della storica Mineo e del paese di Grammichele famoso per la sua pianta esagonale. L’itinerario continua a  Caltagirone, nota per la tradizione ceramica, le sue chiese e palazzi storici. La Via del limone dell’Etna, conduce sui luoghi noti e meno noti del territorio jonico etneo. Si parte dalla collina affacciata sul Golfo di Catania per poi raggiungere la costa e l’Area Marina Protetta delle Isole dei Ciclopi con i famosi Faraglioni di Acitrezza. Per chi ama romantiche passeggiate tra cultura e natura, ecco Acireale, e la Riserva Naturale Orientata La Timpa. Proseguendo tra i borghi marinari, l’itinerario si conclude nel cuore della riviera dei limoni dominata da“a Muntagna” il vulcano Etna.

LA STRUTTURA
Agriturismo 3* Superior

Questo agriturismo è un antico podere situato in pieno PARCO DELL’ETNA patrimonio dell’UNESCO. Ben venti ettari di terra a 1000 metri d’altezza, estesi tra rigogliosi frutteti e un magnifico bosco di querce e castagni proprio nel cuore del parco dell’Etna. La struttura rappresenta la tappa di partenza per esplorare suggestivi sentieri immersi nel verde e per conoscere la fauna protetta della zona: il picchio dell’Etna, la volpe, il coniglio selvatico. Ideale per week-end romantici, passeggiate in famiglia o brevi viaggi alla scoperta della natura. I visitatori vengono accolti con i colori e gli odori del vulcano, dal giallo odoroso della ginestra alle incredibili sfumature dei boschi e i frutti di stagione. La struttura ha lo stile delle antiche locande dove fermarsi per una sosta di riflessione e assaggiare i piatti tipici della tradizione siciliana, serviti nel suggestivo scenario del palmento. Un luogo di serenità e splendore della natura, punto di arrivo per chi è alla ricerca di un’ospitalità attenta e genuina.

Tariffa a persona – minimo 2 persone
( 3 giorni/ 2 notti) + trattamento in b&b
Brochures
Assicurazione
Noleggio auto – 3 giorni ( full kasko inclusa )

€ 179,00

*** Supplemento stanza singola + € 20,00

***Le tariffe potrebbero subire variazioni in alta stagione.

 

COSA VEDERE: Lentini
Adrano-Lentini : 55 Km – 56 min

Lentini è un comune siciliano che si trova nella provincia di Siracusa, nella Sicilia sud orientale, alle pendici dei Monti Iblei. Lentini deve la sua fama alla sua storia, al suo passato che l’ha trasformata in un centro culturale ed artistico di rilevante interesse.Venne fondata nell’VIII secolo a. C. dai greci che la chiamarono Leontinoi.Sono tantissimi i posti da visitare, a partire dagli edifici religiosi: la Chiesa madre Santa Maria la Cava e Sant’Alfio, chiesa in stile barocco costruita nel 1693, tre navate e una facciata settecentesca a tre ordini con porta centrale in legno sulla quale sono riportati i simboli della passione dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino. All’interno molto interessanti l’icona bizantina della Madonna Odigitria, del XII secolo, il fercolo in argento di Sant’Alfio del XIX secolo e tre arcosoli paleocristiani, sepolcri dei martiri Alfio, Filadelfo e Cirino; tele del XVII e XVIII secolo e nella sagrestia si trova un armadio ligneo intarsiato; la Chiesa Santissima Trinità e San Marziano costruita sulle rovine del cinquecentesco palazzo La Palumba. All’interno il pavimento è in ceramica di Caltagirone del XVIII sec., gli affreschi della volta di Sebastiano Lo Monaco ed il tabernacolo dell’altare maggiore in lapislazzuli; la Chiesa della Fontana del 1808 costruita sopra un pozzo in cui, secondo la leggenda, fu gettata la lingua del martire sant’Alfio; Chiesa dell’Immacolata costruita nel XVIII secolo con all’interno un leone crinito di epoca romanica, un Cristo alla colonna e la lapide sepolcrale della regina Maria del 1402; Chiesa di San Luca edificata nel XVIII secolo, all’interno della quale si trova una Crocefissione della scuola del Tintoretto, un San Francesco orante di scuola del Bassano, la Nascita della Vergine del Gramignani del 1760.

Il pane casereccio di Lentini è una specialità tradizionale dei comuni siracusani di Lentini e di Carlentini, nota in tutta la Sicilia per la sua qualità e per questo considerato un regalo da fare agli amici che abitavano fuori dal territorio.
Una volta era preparato dalle donne: usavano un miscela di grano duro e una particolare varietà di grano tardivo (la timilla), per dare al pane una maggiore conservabilità, e lo cuocevano nei forni pubblici in pietra alimentati con fuoco di legna.
Oggi si usa solo farina di semola di grano duro: a seconda della stagione e della quantità di lievito usata, l’impasto riposa una o due ore. Ai pani viene data la particolare forma ad esse e vengono ricoperti in superficie con semi di sesamo. Dopodichè vengono cotti per circa 45 minuti in forni di pietra con fuoco diretto di legna.
Il pane di Lentini viene ancora prodotto artigianalmente e manualmente in vecchi forni ristrutturati: richiede tempi di preparazione abbastanza lunghi e le rese produttive sono basse, ciò lo rende un prodotto a rischio di estinzione.
Nonostante alcune materie prime previste nella sua composizione originaria (timilia) non vengono più utilizzate, questo pane ha continuato a mantenere alcuni caratteri di tipicità, che lo rendono un prodotto conosciuto e apprezzato anche al di fuori dell’ambito strettamente locale.
Grazie al lavoro preparatorio fatto dal Slow Food Lentini, durato diversi anni, il “Pane casereccio di Lentini” nel settembre 2008 è stato inserito nell’elenco dei Presidi Slow Food, il progetto gestito dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità, che mira a preservare e tutelare in tutto il mondo i prodotti dell’alimentazione tradizionale a rischio di estinzione.

Mineo
Adrano-Mineo : 80Km – 1h 20 min

Mineo è un paese di circa 5000 abitanti, situato in provincia di Catania, nella regione Sicilia. Mineo è una cittadina antichissima, che affonda le sue radici in epoca pre-ellenica. Se vi trovate nelle vicinanze di questa cittadina, non potete assolutamente perdere l’opportunità di conoscerla. In questa guida vi illustrerò come visitare la città di Mineo, in modo da apprezzarne l’arte e conoscerne la storia. Metteremo in risalto le attrazioni principali e vedremo quali sono le cose da non perdere. Quindi leggete la guida di seguito per organizzare una bella giornata a base di bellezza e cultura. La prima cosa che dovrete andare a visitare è il Castello Serravalle. Risalente al 1300, l’edificio ha subìto numerosi interventi costruttivi successivi fino al XIX secolo. Il castello è formato da una torre medievale a pianta quadrata e da una cinta muraria irregolare. Dal suo interno avrete modo di ammirare una vista mozzafiato grazie alle balconate affacciate sulla Val di Noto. Non dimenticate di godere di questo panorama splendido. Un altro luogo da visitare è il Castello di Mongialino, ubicato vicino il fiume Pietrarossa. All’interno dell’edificio, di epoca romana, si possono ancor oggi ammirare le rudimentali opere idrauliche del III secolo a. C., che testimoniano l’avanzato livello di organizzazione e bravura della società dell’epoca che ancora disconosceva i primi studi di idraulica, apparsi solo molto più tardi.Vi suggerisco inoltre di andare a vedere Palazzo Capuana.  Il complesso architettonico è famoso per aver dato i natali allo scrittore verista Luigi Capuana, amico di Giovanni Verga, che più volte lì lo venne a trovare.  Il paese, arroccato sulla sommità di due colli sulle propaggini nordoccidentali degli Iblei, gode di un clima collinare salubre e secco. Le precipitazioni si concentrano nei mesi autunnali e invernali, a carattere piovoso e, nevoso. La città è divisa in quartieri che corrispondono alle tre parrocchie, la suddivisione è segnata da tre vie che si irradiano dalla piazza centrale piazza Ludovico Buglio verso la periferia. Il paesaggio naturale presenta due zone nettamente distinte: la pianura sottostante all’abitato, con i suoi verdeggianti e rigogliosi agrumeti, occupa la Valle dei Margi, estrema propaggine della Piana di Catania.

Grammichele

Dopo appena tre mesi dal terremoto dell’11 gennaio del 1693 che distrusse insieme a molti altri centri della Val di Noto anche Occhiolà, il principe Carlo Maria Carafa Branciforti fondava un suo feudo a circa 2 Km dalla collinetta di Occhiolà “Grammichele”.Opera dello stesso principe, coadiuvato da frà Michele da Ferla, la pianta esagonale della nuova città, unico esempio di architettura razionale in Italia insieme alla fortezza di Palmanova.Il perimetro è costituito da un esagono avente al centro una piazza anch’essa esagonale con gli angoli chiusi estesa mq. 8.164,80. Cinque arterie anulari si snodano attorno alla piazza centrale, sede della Chiesa Madre e del Palazzo Municipale, e da questa si irradiano altre sei arterie perpendicolari alle prime che si immettono in altrettante piazze rettangolari ad angoli chiusi con accesso al centro dei lati.Queste piazze sono a loro volta generatrici di altrettanti quartieri rettangolari periferici a rete viaria ortogonale disposti tutt’intorno alla zona centrale esagonale.

La salsiccia al ceppo

Piatto tipico di Grammichele la cui preparazione si effettua su di un ceppo di legno, dove due persone, girano intorno e tagliano la carne, “armati” di lame affilate, ed una volta che la carne ha raggiunto la giusta calibratura, vengono aggiunti sale e pepe, e insaccata in budello naturale.Questa tipica preparazione, oggi non viene più usata, per ovvie ragioni igieniche legate  all’Haccp, ma ci hanno assicurato che presto la macelleria, verrà dotata di un ceppo a norma, e che l’antica pratica, potrà essere di nuovo messa in pratica. Per adesso si prepara usando moderni, macina carne.


Caltagirone

Caltagirone è un famosa città sita in provincia di Catania con oltre 39 mila abitanti e posta a più di 600 m di altezza su tre colli adiacenti ai Monti Erei. Il centro della città è posto più in alto e si distingue dalla zona più recente, posta a sud est. Centro dalla storia antica, è oggi celebre per la lavorazione della ceramica di altissimo livello, la cui più antica origine può essere fatta risalire ai Greci stessi.  Caltagirone è stata roccaforte di ogni gente venuta in Sicilia, e qui rimasta a governare, dai Bizantini ai Normanni fino alla storia moderna, al punto da possedere un’eredità culturale di primo livello.Il centro storico di Caltagirone è stato ricostruito a seguito del disastroso terremoto del 1693, e pertanto offre al visitatore una bellezza tutta barocca. Punto di partenza di un itinerario può essere rappresentato dal Museo della Ceramica, vero e proprio punto di forza di quest’area siciliana, nota come Calatino. Notevole è la Chiesa di S. Pietro, dal ricco portale bronzeo e dalla facciata gotica inquadrata da due alte torri campanarie simmetriche e decorate di maiolica. Non lontana è la Chiesa di san Francesco di Paola, caratterizzata come la precedente da un bel portale d’ingresso. Al suo interno sono custodite di tele del Vaccaro.Lungo la centrale via Roma s’incontrano altri significativi monumenti religiosi e civili. Si va dalla duecentesca Chiesa di s. Francesco d’Assisi, ricostruita in stile barocco a seguito del terremoto sopra ricordato, con la facciata a due ordini ancora oggi arricchita di alcuni elementi gotici e la cupola mai terminata, al seicentesco Ponte di san Francesco, progettato per collegare due delle alture su cui, come abbiamo detto, sorge Caltagirone, e impreziosito dalla decorazione ceramica a rilievo.  Da qui è anche visibile il ben noto Palazzo Sant’Elia, che funge da suggestivo scenario al ponte.La via Roma ci conduce poi alla fondamentale piazza Umberto I, dove sorge la Cattedrale di Caltagirone. Essa è dedicata a s. Giuliano e fu per la prima volta edificata nel Medioevo; soggetta poi a vari rimaneggiamenti, essa rimase coinvolta nell’evento sismico per poi essere totalmente ricostruita, anche con diverso orientamento prospettico. Oggi la particolarità della Chiesa risiede nel fatto che essa mostra una facciata in stile liberty, cosa assai rara per un edificio religioso. Del 1956 è l’alto campanile con l’orologio in ceramica, mentre assai prezioso si configura l’interno con bellissimi dipinti e affreschi del già citato maestro Vaccaro.Vero e proprio simbolo della città di Caltagirone è inoltre la famosa Scalinata di santa Maria del Monte, opera d’arte realizzata dai maestri ceramisti locali.

Costituita da 142 gradini, essa era stata progettata per connettere la parte inferiore al centro storico della città, e i suoi colori accesi sono quelli tipici della ceramica locale: il verde, l’azzurro e il giallo. Le decorazioni sono state realizzate nel 1953 e le varie maioliche hanno la caratteristica di ricordare le varie fasi storiche dal X secolo ad oggi. La Chiesa di santa Maria del Ponte cui conduce la scalinata è stata progettata originariamente nel Medioevo per poi essere anch’essa ricostruita nella fase post sismica. Realizzata probabilmente servendosi del materiale da costruzione dell’anticoCastello, la Chiesa preserva un simbolo della storia civica: la campana d’Altavilla strappata ai Musulmani di Judica.Che la bellezza di Caltagirone non appartenga soltanto al passato, lo dimostra il fatto che la tradizione della ceramica locale è proseguita sino ai nostri giorni per abbellire edifici recenti, dalla Stazione Centrale alla Villa Patti, realizzata secondo i dettami dello stile gotico veneziano e dalla pittoresca facciata.Anche la morte trova una sua bellezza in questi luoghi: a tre km dal centro è infatti ubicato il Cimitero Monumentale, voluto dall’architetto Nicastro ma concluso solo dopo la sua morte ad inizio Novecento. Oggi il Cimitero è stato dichiarato monumento nazionale, poiché la sua pianta a croce bizantina, i suoi capitelli, i suoi fregi e le sue sculture ne fanno una meta prediletta dai turisti.E da ultimo non bisogna dimenticare il passato, attraverso i siti archeologici dell’area di Caltagirone. A nord est dell’abitato moderno sorge il sito di Sant’Ippolito, dove sono stati rinvenuti due villaggi, uno neolitico e uno dell’Età del Rame, i cui reperti sono oggi conservati al Museo Paolo Orsi di Siracusa. In direzione diametralmente opposta, dirigendoci verso sud ovest, troviamo invece l’abitato greco di monte San Mauro, di fondamentale importante per capire le dinamiche dell’occupazione greca del suolo della Sicilia antica.

A Caltagirone, frale tante pietanze tipiche, la mensione d’onore va all’ormai abbastanza celebrato “maccuverde”, sorta di minestra di fave fresche, finocchietto selvatico e cipolla. Pietanza di antica tradizione, viene preparata tutto l’anno, con fave novelle (nel periodo primaverile) o con fave secche opportunamente sgusciate come tutti i legumi. Viene utilizzato per condire primi piatti oppure da contorno per secondi piatti. E’ preparato e servito nei diversi punti di ristorazione, primi fra tutti gli agriturismi presenti nella zona del calatino.


Per i meriti del pecorino siciliano prodotto nella zona, Caltagirone ha potuto essere annoverata fra le “città del formaggio”, mentre a base della ricotta del luogo sono molti degli irresistibili dolci ereditati dalla tradizione araba: basti segnalare, fra tutti le “cassatedde” e i famosi “cannoli siciliani”.

Certamente alla scuola culinaria musulmana appartengono anche la “cubaita”, un tipo di torrone morbido che fra gli ingredienti, assieme ad arancia candita, vino cotto e miele (altro prodotto di remota tradizione nel territorio), annovera i ceci, e la “giuggiulena”, invece (che per esteso sarebbe cubaita di giuggiulena) a base di miele e semi di sesamo. Caltagirone, conserva alcune tradizioni molto antiche legate soprattutto alle feste religiose, come l’Immacolata dell’8 dicembre. La Festa dell’Immacolata ricorda a tutti noi le cosiddette “muffulette”. Una tradizione che deve le sue origini al fatto che il popolo siciliano per “voto”, usava digiunare il giorno della vigilia delle feste principali. Fu così che in un’epoca imprecisata ma immemorabile, in occasione della Festa dell’Immacolata, ancora oggi festa molto sentita tra la popolazione, nelle case in città si fecero le cosiddette “muffulette” (panini con aroma di finocchietto selvatico) per essere vendute e consumate calde nelle prime ore della vigilia, per poi iniziare il digiuno. E ogni anno la tradizione si ripete: vengono infatti prodotte e vendute le antiche “muffulette”. Una tradizione che deve le sue origini al fatto che il popolo siciliano per “voto”, usava digiunare il giorno della vigilia delle feste principali.I panificatori incaricano bambini e ragazzi intorno ai 10-15 anni circa affinché nelle prime ore della mattina e della sera del 6 e 7 dicembre, escano per le strade principali con le ceste piene, al grido di “muffulette cauri cauri” (panini caldi caldi). Nonostante sia ormai inusuale il digiuno della vigilia, la tradizione si perpetua e riscuote sempre un largo consenso tra i cittadini e i turisti visitatori che nell’occasione, gustano con molto interesse un prodotto semplice che ricorda un avvenimento ormai lontano.

Dopo l’Immacolata, anche il 13 dicembre Festa di Santa Lucia, Caltagirone rinnova un’antica tradizione legata alla sua festa, e ripropone ” ‘a cuccìa”. Si narra che nel XVII secolo l’isola fu scossa da una grave carestia che procurò tra l’altro la mancanza dell’alimento primario come “il pane”. Il popolo siciliano raramente aveva patito la fame in quanto il grano, è stato sempre il prodotto più abbondante in tutta l’isola. La carestia seminò malattie e morte. Per un miracolo, nel porto di Siracusa, città dove la fame si faceva sentire maggiormente, proprio il 13 dicembre, giorno della Festa di Santa Lucia, giunse una nave carica di grano. La misteriosa apparizione fu attribuita alla Santa siracusana in quanto avvenne nella Sua città e nel giorno della Sua festa. Per la grande fame il grano non venne neanche macinato, ma consumato subito, previa cottura. Era nata così ” ‘a cuccia”, dal dialettale cocci e cuocci, come vengono indicati i chicchi di frumento. A distanza di secoli si usa ancora preparare la buonissima “cuccìa”. Sino a pochi decenni fa il grano selezionato veniva strofinato a mano su una tavoletta d’argilla, per essere privato dalla sfoglia esterna; oggi invece questa lavorazione a mano è stata sostituita dall’industria, per cui si può acquistare il prodotto pronto per la cottura, in qualsiasi punto vendita. Molto importante la cottura in quanto un prodotto abbastanza duro come il grano va cucinato lentamente con l’aggiunta di diversi aromi per essere consumato come un piatto prelibato, nel giorno di Santa Lucia. Il grano cotto, veniva, e viene ancora oggi condito, più semplicemente con olio, oppure con altri legumi e verdure, oppure dolcificato con miele o mosto cotto, aggiungendo a volte ricotta di pecora fresca. Un tempo si usava prepararla e offrirla agli amici, parenti e soprattutto ai poveri il giorno della morte di un parente stretto. Ma ancora oggi è molto gradita dalla popolazione e molto apprezzata da coloro che in quel giorno visitano la Città. Infatti alcuni ristoranti a Caltagirone amano prepararla per offrire una degustazione nel giorno del 13 dicembre.


La riviera dei ciclopi: i borghi marinari e il mito

A pochi chilometri da Ognina ha luogo la Rivera dei Ciclopi, un luogo così chiamato perché legato alle vicende dell’Odissea di Omero. Esso è popolato da due splendide località, un tempo anch’esse borghi marinari, Acicastello e Acitrezza Acicastello, detto Castiddu di Iaci o Casteddu in dialetto, è un comune di 18.723 abitanti appartenente all’area metropolitana di Catania ed ingloba anche il contiguo borgo marinaro di Acitrezza ed i borghi collinari di Cannizzaro e Ficarazzi. Alcune fonti affermano che esso, insieme agli altri limitrofi aventi nel loro nome il prefisso Aci, tragga geograficamente origine da Xiphonia, misteriosa città greca scomparsa avente con ogni probabilità il suo nucleo principale nella zona dell’attuale borgo marinaro di Capo Mulini. I poeti Virgilio e Ovidio fecero nascere il mito dalla fondazione sia dalla storia d’amore tra la ninfa Galatea ed il pastorello Aci che dal ciclope Polifemo, anch’egli innamorato di Galatea. La leggenda narra che proprio Polifemo sconfisse il rivale Aci sotto un masso e dal sangue del pastore nacque un fiume chiamato Akis dai greci e prevalentemente sotterraneo. Nello stesso territorio nacque in epoca romana una città avente lo stesso nome che partecipò alle guerre puniche. La storia di Acicastello è legata principalmente alla fortezza dalla quale prende il nome, il Castello di Aci
Oggi il paese è meta estiva di villeggiatura e balneazione e sede di punti di ritrovo come pub, stabilimenti balneari e trattorie. Il porticciolo è sito sotto la piazza Castello, nella quale hanno sede il comune e la chiesa principale, ed è composto da 60 posti barca, da un molo di 110 m, da un molo più piccolo e ha fondali di 1,5 m.  Acitrezza, detta a Trizza in dialetto, è un incantevole borgo marinaro poco più a nord di Acicastello e fa parte, come già accennato, del comune di quest’ultimo. Esso nacque come scalo marittimo alla fine del XVII sec. ad opera di Stefano Riggio, proprietario dal 1651 dei comuni di Aci S.Antonio, Aci S.Filippo e Valverde, e divenne un vero e proprio centro commerciale con magazzini contenenti olio, salumi e formaggio. Nel 1678 la gestione di esso passò al figlio Luigi, poi nel 1860 a Stefano Riggio Saladino e dal 1704 al 1757 a Luigi Riggio Brancifiorte. Quest’ultimo però risiedette in Spagna ricoprendo anche cariche altissime alle dipendenze di Re Filippo V e quindi dovette lasciare l’amministrazione del feudo allo zio Gioacchino Riggio. Dopo l’abolizione del feudalesimo in Sicilia avvenuta nel 1812 il borgo fu separato, insieme a Ficarazzi, da Aci S.Antonio e accorpato, sempre insieme a Ficarazzi, al comune di Acicastello il 15 settembre del 1828. Il borgo è attualmente diviso da Acicastello da una grande roccia lavica la quale, dal 2 novembre 2014, è percorribile solo a piedi per via di un varco aperto all’interno dello stabilimento balneare Lido dei Ciclopi. Come Acicastello anch’esso è meta di villeggiatura e balneazione estiva con in più diverse trattorie caratteristiche dove il menù è prevalentemente a base di pesce, prodotto tipico del luogo data anche la presenza di un ampio porticciolo che comprende anche impianti di rifornimento per carburante ed acqua, cantieri navali e gru di alaggio. All’interno di esso è presente anche il monumento alla barca Provvidenza del romanzo di Giovanni Verga I Malavoglia ambientato proprio in questo borgo marinaro. Oltre al romanzo è ambientato anche il film ad esso ispirato La terra trema di Luchino Visconti. Vicino la Chiesa di S. Giovanni Battista, patrono del luogo, vi è la Casa del Nespolo, abitazione di Padron ‘Ntoni, all’interno della quale sono stati allestiti un museo con oggetti della tradizione marinara e una raccolta fotografica con scene del film di Visconti. Nella parte nord del borgo è presente inoltre un grande mercato ittico, a testimonianza del grande legame di esso con l’attività della pesca.

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